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Giornata culturale araba, uno spiraglio di luce tra le barriere culturali

Ci si potrebbe chiedere a che titolo un’organizzazione come l’Umai (Unione Medici Arabi in Italia) possa farsi latrice di una generica ‘Giornata culturale’, affidando per’altro l’incarico di curarne la logistica ad una società come Fenicia Eventi, specializzata appunto nell’organizzazione di convegni medici.

In che modo la medicina può essere un ponte culturale capace di permettere confronti e travasi tra Occidente e Mondo Arabo, smorzando le tensioni geopolitiche che dominano le cronache ma anzi favorendo il dialogo?

Ecco, per la verità non sarebbe la prima volta.

Prendiamo ad esempio il cosiddetto rinascimento del XII secolo, ovvero quella fioritura di arti e lettere che si ebbe in Europa un paio di secoli prima del più noto Rinascimento del XIV secolo, quello ben più famoso nato a Firenze e poi esportato in tutto il continente.

Il rinascimento del XII secolo prese avvio grazie ad un’intensa opera di traduzione dall’arabo in latino di una parte del patrimonio culturale greco classico; queste traduzioni presero vita nella Spagna a dominazione araba, con la cosiddetta Scuola di Toledo dove operarono fra gli altri traduttori come Gerardo da Cremona e Marco da Toledo.

Ben presto furono recuperati testi basilari del pensiero classico, tra cui autori come Aristotele, in particolare, o anche lo stesso Platone, che vennero tradotti in latino a partire da traduzione arabe importate in Spagna da varie zone dell’ormai vasto (e già politicamente disgregato) Impero Arabo.

Ma forse non è un caso se prima ancora di questi autori furono preferiti trattati di natura scientifica, che potevano interessare appunto la cultura medica – come per esempio con l’opera di Ippocrate o Galeno – come anche la cosmologia o la stessa matematica (Fibonacci importò e tradusse dall’arabo il sistema numerale decimale nel 1202, con suo Liber Abaci).

Le traduzioni del XII secolo non coinvolsero inoltre solo i testi dell’epoca della Grecia Classica, ma anzi si estero in buona parte ai maggiori autori arabi coevi.

Tra questi troviamo Avicenna; ovvero Ibn Sinā, medico e filosofo persiano – ma dalla matrice culturale e religiosa profondamente musulmana, forgiata nella città islamica di Bukhara in Uzbekistan.

avicennaAvicenna grazie al suo volume Il canone della medicina divenne per sei secoli un punto di riferimento della medicina occidentale, praticamente fino all’Illuminismo.

Da medico, pur tuttavia Avicenna fu filosofo tra i maggiori dell’Islam medievale, sforzandosi per tutta la vita di conciliare Aristotele (in una originale lettura di stampo neo-platonico) con la telogica islamica.

Ciò non di meno il suo Canone fu per secoli ritenuto una pietra miliare della medicina per l’approccio moderno che proponeva, ad esempio, nel validare la sperimentazione sistematica in fisiologia.

Tra i maggiori filosofi di matrice araba tradotti in Occidente nel XII secolo troviamo poi Averroè, cioè Abū al-Walīd Muḥammad ibn Aḥmad Ibn Rušd.

Chi mastica la storia della filosofia occidentale saprà benissimo che il recupero (e la rivalutazione) dell’opera aristotelica prese avvio proprio a partire dai commenti di Averroè, che vennero appunto tradotti in latino nel XII secolo nel corso di questo ‘rinascimento’ minore anticipato, trainato dalle traduzioni.

Di origine berbera, va specificato che una biografia non proprio serena lo portò infine alla corte del califfo di Marrakech; ma non possiamo fare a meno di notare che proprio qui, per sostentarsi, anche lui faceva il medico, appunto, nell’ospedale di Dar al-Faraj (il celebre maristan di Marrakech).

Oltre ai noti commenti ad Aristotele Averroè fu infatti anche autore del Kitāb al-Kulliyyāt fī al-Tibb, ovvero un manuale di medicina generale che con il nome latino di Colliget divenne per secoli uno dei testi medici più apprezzati per cristiani, ebrei ed arabi.

Insomma viene fuori che nel XII secolo in al-Andalus – cioè nella Spagna a dominazione araba – gli intellettuali europei lessero e tradussero pezzi importanti della cultura classica e medievale, recuperati a partire da testi scritti in arabo.

Sarebbe abbastanza come precedente; se non fosse che proprio a partire dal XII secolo (dal 1095, in effetti) presero avvio anche le ben note crociate.

Dove dobbiamo almeno ricordare che gli scambi tra Occidente e Mondo Arabo non passavano più per i libri e le loro traduzioni, a quel punto, ma per il filo della spada.

Quindi anche nel XII secolo (quasi mille anni fa) la cultura dei libri era seconda, e serva, di quella della spada?

Non proprio.

Vanno ad esempio considerate le vicende umane e l’influenza di un altro medico e letterato di origine araba, un autore forse meno noto dei primi due già citati ma non per questo meno importante per capire la genesi culturale di quel ‘rinascimento del XII secolo’ alimentato dalle traduzioni dall’arabo.

Si tratta di un berbero di Cartagine poi noto con il nome italiano di Costantino l’Africano che ebbe modo di formarsi in Persia, poi a Baghdad e infine in Egitto, accumulando ampie competenze mediche oltre ad un bagaglio culturale e letterario di prim’ordine.

Ma appunto la penna è più pericolosa della spada, e per le sue vedute moderne (diremo oggi ‘cosmopolite’) Costantino fu infine costretto a rifugiarsi in Italia.

Poca cosa, direte quindi, si tratta dell’ennesimo esule per ragioni politiche; beh non proprio – o non solo.

Costantino l’Africano fu tra le altre cose accolto per alcuni anni a Salerno, intorno alla metà degli anni settanta del Mille – cioè 20 anni prima dell’inizio delle crociate e in buon anticipo sul ‘movimento’ di traduzioni che si sviluppò con la Scuola di Toledo a partire dal secolo immediatamente successivo.

Proprio a Salerno diede vita alla sua enorme opera di traduzione dei maggiori testi della medicina e della farmacologia araba (ma anche persiana e greca, come si vede ad esempio nella rivalutazione e riscoperta dell’opera di Galeno di Pergamo), creando letteralmente un corpus teorico e letterario di primaria importanza per quella che sarebbe ben presto divenuta la Scuola Medica Salernitana, ovvero la prima e senz’altro la più importante istituzione medica dell’Europa medievale, modello poi considerato fondativo per le primissime facoltà di Medicina dell’evo moderno.

Ancora nel secolo successivo così scriveva Tommaso D’Aquino: “Sono altre quattro le città preminenti, Parigi nelle scienze, Salerno nelle medicine, Bologna nelle leggi, Orleans nelle arti attoriali“.

Quindi forse no, non è affatto un caso che ci siano dei medici arabi che vogliono sedersi ad un tavolo per parlare di Cultura, quella con la C maiuscola.

Non è un caso se vogliono farlo proprio oggi, un momento in cui questa parola serve più che mai per disegnare un vocabolario che sia in grado di tradurre la parola ‘pace’ in chiave universale, in modo che questa abbia per tutti lo stesso univoco significato.

Mentre altri fanno crociate e guerre sante, oggi come mille anni fa, cosa fanno i letterati e i filosofi dei tempi nostri?

Quale cultura – se non proprio quella della ‘guarigione’ e della ‘cura’ – può opporsi nel modo più sincero ad una logica del conflitto violento?

Il dialogo e il confronto che ci attendiamo dalla Giornata culturale araba che stiamo organizzando prende la sua forza da una storia non semplice e – probabilmente – non univoca (ma anzi da interpretare costantemente con il prisma della prospettiva e il beneficio del dubbio).

Ma non di meno è proprio questa secolare aspirazione al confronto intellettuale sincero e allo scambio proficuo tra diversi approcci e mentalità la costante storica che si vuole evocare, perché oggi più che mai essa è l’unica ragione che può davvero spegnere i conflitti, asciugando la torbida marea in cui prosperano i violenti, che come sempre agiscono in ogni fazione quando si fa una guerra tra esseri umani.

Il confronto e lo scambio in ambito culturale è un proiettile invincibile che non teme avversari, che da sempre resiste al tempo segnandone il passo; ponendosi inamovibile di fronte al futuro la cultura è come una pietra in granito che devia il rivo che vi scorre affianco, increspando l’acqua per interi secoli senza paura di affogare in seno alla corrente.

La cultura è insomma uno strumento di pace proprio quando uomini e donne di culture diverse possono sedersi ad un tavolo per discutere insieme.

Ed è quindi proprio quello che faremo il 7 febbraio con tutti quelli che vorranno partecipare alla Giornata culturale araba, dove vi aspettiamo numerosi e vi accoglieremo con vero piacere.

Una nobile iniziativa dell’Umai organizzata grazie alla professionalità e agli sforzi di Fenicia Eventi, stavolta più che mai artefice di un progetto attuale e positivo, che si dimostrerà sicuramente degno dell’attenzione e della partecipazione da parte del pubblico.

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