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Giornata Culturale Araba, la doppia sfida di un evento culturale

Ci siamo chiesti varie volte come poter sciogliere il dilemma di comunicare e promuovere un evento, in questo caso culturale, sottolineando il suo valore senza però subire il suo inevitabile, sempre in questo caso, peso politico, visto il complesso periodo storico in cui viviamo.

A differenza del giornalismo la comunicazione che rappresenta un’impresa, un individuo e le rispettive iniziative, dovrebbe essere di parte, dovrebbe essere portatrice convinta, ma sostenuta da testimonianze concrete e dati, del valore aggiunto per il pubblico che vuole raggiungere. Quando però i messaggi individuali vanno a intersecarsi con temi di così forte impatto pubblico come si fa a comunicarli senza veicolare alcun ideale politico né, tantomeno, rendersi sospettabili di voler orientare i destinatari del messaggio verso una determinata direzione?

Come si fa a raccontare la cultura araba slacciandosi dal contesto storico in cui viviamo? Non si può. Gli occhi non si possono né si devono chiudere, ma un’alternativa alla retorica disfattista o, al contrario, entusiastica che occupa da tempo ormai il pensiero comune si può trovare. Si potrebbe, ad esempio, virare il focus sulla storia, la cultura vera e propria, le esperienze di incontro tra persone diverse, sul percorso di ognuno di noi, che ha portato ad avvicinarci l’uno con l’altra, sulla nostra propria storia e la nostra propria cultura, tutt’altro che scevra da questo contatto con l’altro, irreversibile, indelebile e origine di quello che siamo ora.

Nel caso del racconto della Giornata Culturale Araba questo spostamento di focus ha suscitato una reazione non indifferente e positivamente inaspettata da parte di un pubblico di partecipanti variegato, che ha dimostrato una grande curiosità nell’approfondire una tematica di attualità, auspicando evidentemente di osservarla spogliata di quel velo di mistificazione a cui spesso è soggetta.

L’aiuto nell’orientare questo processo ci è stato dato dal Dottor Sabri Hassan, medico nefrologo di origini yemenite ormai da anni in Italia dove, oltre a dirigere l’Unità Nefrologia e Dialisi della Clinica Villa Sandra a Roma, presiede l’Associazione ItaliArabi, promotrice dell’evento. L’Associazione è impegnata a realizzare progetti di scambio interculturale tra l’Italia e i Paesi arabi, dove grande importanza viene data all’integrazione e al futuro delle nuove generazioni nate in Italia.

A fine evento abbiamo voluto fargli qualche domanda.

La sfida logistica e quella delle idee, le dichiarazioni del Dottor Sabri Hassan

Organizzare un evento come La Giornata Culturale araba in piena campagna elettorale, dove tra gli argomenti più caldi ci sono l’immigrazione e la difficile convivenza tra popoli è stata una mossa coraggiosa dottor Hassan. Ci può dire se è stato proprio questo il motivo che l’ha spinta a organizzare l’evento in questo periodo?

Io vivo da 30 anni in Italia ormai e mi sento profondamente integrato ma mantengo intatte le mie radici e voglio che lo facciano allo stesso tempo tutti coloro che si trovano nella mia stessa situazione. Grazie all’aiuto di tante persone quindi ho voluto realizzare quest’evento a prescindere dal fatto che l’Italia al momento si trova in campagna elettorale. Il problema dell’integrazione tra i popoli esiste ormai da tempo, elezioni o non elezioni, e ho ritenuto necessario intervenire in questo senso visto che è un tema del quale mi occupo quotidianamente, da solo e con l’Associazione ItaliArabi.

 La Giornata Culturale Araba è stato un evento gratuito aperto a chiunque fosse interessato ad approfondire gli aspetti più di rilievo della cultura araba. Ha mai temuto una reazione ostile di una parte del pubblico, soprattutto in seguito alla fitta campagna di comunicazione realizzata per l’evento?

Di paure e timori ne ho avuti tanti ma non della reazione che potessero avere le persone. Se non agisci per questi motivi allora non fai nulla. Ho confidato nel valore dei motivi che mi hanno spinto, insieme ad altre persone, a voler realizzare questo evento. Le mie paure risiedevano principalmente nel voler fare bene, nel voler ottenere un buon risultato anche con il tempo e il momento storico a sfavore, se vogliamo dirlo.

Quanto invece la campagna di comunicazione ha inciso positivamente sul successo dell’evento?

La campagna di comunicazione è stata uno dei fattori che ha determinato il successo di questo evento. Attraverso campagne mirate sui nuovi canali digitali abbiamo raggiunto in una settimana migliaia di persone, di cui una parte è venuta all’evento. Questo è stato decisamente un fattore di rilievo proprio perché ha significato che l’evento e il suo messaggio hanno raggiunto un pubblico ampio e variegato con l’obiettivo comune di voler approfondire questo tema.

Quali sono state le più grandi difficoltà che ha riscontrato nell’organizzazione? Si sono verificate della particolari situazioni critiche che si è trovato ad affrontare? 

Questo evento è stato un esperimento per tutti, un esperimento difficile, quindi di situazioni ostili ne abbiamo trovate diverse. Molte persone mi dicevano che c’era troppo poco tempo, che non saremmo mai riusciti a estendere l’invito, che il messaggio non sarebbe arrivato, che magari potevano esserci problemi di comunicazione, a livello linguistico.

La presenza di ospiti di così alto livello può essere una grande vantaggio ma anche un’arma a doppio taglio, essendo il loro impatto pubblico suscettibile di apprezzamenti ma anche di critiche. È d’accordo?

Questo è vero, ma sono state proprio queste a determinare gran parte del successo. Nonostante i loro impegni hanno accettato di raccontare la loro esperienza di incontro con il mondo arabo, sia per provenienza, che per motivi di lavoro. Loro stessi hanno contribuito a darci una visione della cultura araba nuova, personale, che poi è quella che ci unisce.

Lei Dottore è anche promotore di numerose iniziative scientifiche di cui Fenicia Events ha curato la gestione. Se dovesse fare un confronto tra queste esperienze quali sono le differenze di maggior rilievo che riscontra?

Con l’evento culturale ho avuto la sensazione di avere una responsabilità come se stessi guidando un treno, di avere sotto le mani uno strumento estremamente potente ma anche pericoloso, che se devia dalla direzione giusta può essere letale. L’evento scientifico è invece molto più delimitato, ha un chiaro obiettivo iniziale, una chiara direzione e una fine prevedibile.

Lo rifarebbe anche domani quest’evento Dottore? Se sì, cosa cambierebbe e, soprattutto, come si muoverebbe per fare meglio?

Sì, lo rifarei, portando avanti la stessa identica determinazione che ci ha reso possibile la realizzazione di questa prima edizione, a dispetto di tanti scetticismi. Ho già in mente tante idee ma quello che più mi sta a cuore è sottolineare sempre di più l’aspetto culturale e mettere in evidenza le peculiarità della cultura araba e l’incontro con le altre culture, così come abbiamo fatto in questa edizione invitando il Maestro Ahmed Fahti.

A proposito di questo, il concerto del Maestro Ahmed Fathi, accompagnato dall’Orchestra Internazionale Italiana, si è svolto a conclusione dell’evento, come per lasciare le persone con un messaggio ben preciso, ce lo vuole dire lei qual è? 

L’orchestra è stato il vero punto di unione. Per la prima volta si sono unite due culture diverse a livello musicale e nonostante le differenze sono riuscite a comunicare tramite la lingua dell’incontro. Questo è stato l’obiettivo dell’evento e il suo messaggio, che spero le persone abbiano colto e che mi auguro conserveranno.

Ilaria Petta

Giornalista pubblicista convertita al marketing digitale. Scavo nel web per connettere i bisogni delle aziende a quelli dei loro clienti. Credo fortemente nelle relazioni concrete tra le persone e utilizzo la potenza del web per renderle durature, autentiche e proficue.
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